Racconti dai nostri Volontari

Viaggio alla scoperta dell’Uganda

«And so our journey begins»

Ogni viaggio ha un inizio; il nostro è stato pieno di attesa, curiosità, felicità. Quando finalmente è giunto il momento non stavamo più nella pelle!

Al nostro arrivo all’aeroporto di Entebbe ci attende Fred che ci trova senza difficoltà. Sono le tre del mattino e il buio, unito alla stanchezza, non ci fa rendere conto della realtà che ci circonda anche se la curiosità è tanta. Ci rechiamo immediatamente al convento dove passiamo la notte, o meglio le poche ore che ci separano dal mattino. Al risveglio ci viene servita una colazione che per ciò che ci eravamo immaginati è ricca: the, biscotti, frutta, pane, burro e formaggio. Il primo saluto che ci riserva l’Uganda è un bell’acquazzone, giusto nel momento in cui percorriamo i cinque metri che ci separano dal furgone, e tanto basta per ritrovarci fradici. Fred poi ci spiega che per loro una pioggia, anche solo di pochi minuti, nella stagione secca è una benedizione. E allora speriamo che quest’acqua abbia lo stesso significato anche per il nostro viaggio!

Partiamo alla volta di Masaka e abbiamo la prima occasione di osservare il paese che ci accoglie: strade piene di furgoni simili al nostro, moto che trasportano persone e ogni genere di oggetto, biciclette e persone. Ai lati della via ci sono case con persone che lavorano all’orto, stendono panni, preparano da mangiare, negozietti coi loro proprietari che espongono la merce o vendono già ai primi clienti, ragazzi di ogni età camminano coi loro libri, magari per chilometri, per andare a scuola. La vita brulica in ogni dove!

Chi ci vede punta il dito, ci osserva con curiosità, i bambini ridono e ci salutano. Scopriamo la prima parola ugandese: muzungu, che significa “uomo bianco”. La nostra guida ci spiega che non è un modo offensivo di riferirsi a noi, ma semplicemente un termine che indica un dato di fatto: noi siamo effettivamente bianchi!

Non è la terra arida e bruciata dal sole che siamo abituati a vedere in televisione e che ci immaginiamo, un po’ ingenuamente, sia specchio di tutta l’Africa: ci circonda una terra verde! A perdita d’occhio ci sono boschi, campi, cespugli e canneti in ogni direzione.

Arriviamo in un centro dove il N.e.t. (National evangelization team) forma ragazzi e ragazze ad essere padroni della loro vita e a condurla nella direzione del bene comune, in controtendenza con il comune senso di individualismo. Appena scesi dal furgone ci attendono almeno 30 ragazzi che festeggiano il nostro arrivo e ci salutano abbracciandoci e benedicendoci. Un benvenuto così in Italia è rarissimo, quindi rimaniamo un po’ spiazzati, ma dopo poco l’imbarazzo passa e fa davvero piacere essere benvenuti e accolti! Ci offrono subito qualcosa da mangiare e da bere e partecipiamo con loro ad un’attività: è venuto a trovarli un padre nigeriano che tiene una lezione frontale su diversi argomenti. Conclusa questa chiacchierata, ovviamente tutta in un inglese, cantiamo e danziamo tutti assieme: le musiche sono veramente coinvolgenti e noi ci lasciamo coinvolgere subito!

È ora di pranzo. Il primo pasto ugandese è un po’ traumatico, o quantomeno strano. Ci servono matoke, il loro alimento principale, che è una specie di purè fatto con le banane, insieme con una salsa alle arachidi e banane cotte. Mangiamo tutto, ovviamente, anche se la prima impressione è davvero strana: con la nostra cucina non centra niente! Finito il pasto, durante il quale parliamo con Fred e altri ragazzi dei nostri Paesi e delle diverse usanze, c’è un momento di relax, che in effetti è un toccasana.

Si riparte dopo un’oretta con una nuova lezione, più difficile da seguire per via del sonno post pranzo; ma conclusa questa attività si gioca! Tutti assieme facciamo un gioco molto divertente che ci impegna per mezz’ora. La cosa stupefacente è che parliamo in una lingua che non è la nostra, ad un gioco imparato da poco e con ragazzi che conosciamo da poche ore e ci sembra di essere amici da una vita! Purtroppo è già giunto il momento di separarci, loro devono riprendere le attività e noi recarci alla comunità che ci ospiterà. Un arrivederci sofferto ci dimostra come può bastare poco tempo passato intensamente assieme per creare legami davvero forti.

In un quarto d’ora circa siamo alla Holy Trinity Community, dove, se possibile, siamo attesi ancora di più. Tutti i ragazzi e le ragazze, come molti membri esterni presenti, ci vengono a salutare e ad abbracciare festeggiando il nostro arrivo. Il tempo di sistemarci nel cottage riservato a noi, dove troviamo una doccia e un bagno all’occidentale, che in Uganda sono un lusso, ed è tempo di cena. Nella sala da pranzo c’è un unico tavolo con tre posti e poi tutto intorno divani e sedie; ognuno di noi tre ha un posto riservato con un bigliettino di benvenuto. La cena è molto ricca e consta di matoke con la salsa di arachidi, uno stufato di carne di capra e anguria; veramente un benvenuto da re! Durante la cena ognuno fa un giro di presentazione in cui dice chi è, cosa fa e qual è stata la sua esperienza con la HTC; alcuni di loro sono membri full time, cioè vivono a tempo pieno alla comunità, altri solo alcuni giorni e altri ancora sono stati membri che ora supportano come possono i loro fratelli. Ovviamente anche noi ci presentiamo spiegando chi siamo, cosa facciamo nella vita e quali sono le nostre motivazioni per essere li; cogliamo anche l’occasione per ringraziarli del calorosissimo benvenuto e dell’ospitalità fraterna che ci hanno riservato; ci benedicono e ripetono che per loro è un dono avere delle persone ospiti. Finito il pasto preghiamo brevemente e andiamo a letto. Ma non è finita: padre Vincent, che pensavamo di vedere più avanti, è a Masaka per un incontro e dorme con noi alla HTC. Ma che bella sorpresa!padre Vincent

Gli facciamo compagnia mentre cena e intanto gli raccontiamo del nostro viaggio. Poi gli consegniamo dei doni che abbiamo portato per lui dall’Italia e di cui è felicissimo. È il suo turno di farci una sorpresa: ha con se un portatile e connettendosi ad internet chiamiamo Dayna e Paolo! Solo pochi minuti per dire che stiamo bene e il viaggio è stato tranquillo e poi ci dobbiamo salutare. Si è fatto tardi e la nostra giornata è stata piena in tutti i sensi. Andiamo a dormire col cuore pieno al riparo delle nostre zanzariere.

«There’s magic in children»

La sveglia del primo mattino è offerta da un gruppo di ibis che gironzolava intorno al cottage comunicando al mondo la loro presenza; e che vocine! Dopo poco la sveglia naturale vengono a chiamarci per la colazione che consiste in the, caffè solubile, burro salato, miele e pane. Ogni occasione è buona per parlare e fare conoscenza coi ragazzi e la loro cultura che, anche solo per il poco che abbiamo potuto osservare, è molto diversa dalla nostra.

La prima cosa che Fred ci propone è la visita ad una scuola rurale scuola ruralela cui preside è un membro esterno della comunità. Diciamo che abituati come siamo alla nostra realtà nulla avrebbe potuto prepararci ad un’esperienza del genere. La scuola è composta da delle capanne con solo il tetto e le pareti, alcune in mattoni, altre di canne e fango; il loro pavimento è in terra battuta e devono spargervi dello sterco di mucca secco per evitare che il vento alzi nuvole di polvere durante le lezioni. Tutte le classi hanno una lavagna ma non posti a sedere: alcune hanno delle panche altre no.

Sono stati i bambini però la sorpresa più grande. Indossano chiaramente i loro vestiti migliori in onore degli ospiti muzungu, ma per molti questi ultimi sono lisi, rotti, troppo piccoli o troppo grandi; quasi nessuno ha scarpe. Eppure vitalità è il termine che più si addice loro. È impossibile non percepire l’estrema voglia di vivere che hanno e non rimanere incantati dai loro sorrisi e dagli occhi brillanti di una luce che spesso non siamo abituati a vedere.

Ci accolgono sbracciandosi e salutandoci urlando “muzungu!” pieni di curiosità e timidezza. Appena vedono che siamo felici quanto loro di fare la conoscenza si avvicinano per toccarci, osservarci e salutarci. È molto facile credere che siamo i primi bianchi che vedono. Le macchine fotografiche all’inizio li spaventano, poi capito che sono loro i piccoli dentro lo schermo ridono e non smettono di indicarsi e chiederci altre foto. Abbiamo portato loro dei doni, piccole cose che abbiamo senza fatica recuperato dai nostri amici e conoscenti; magliette, matite, zainetti, quaderni, colori e un pallone. C’è qualcosa per ognuno e vediamo molti di loro girare per il cortile con l’aria di chi non lascerebbe ciò che ha ricevuto per nulla al mondo. Visitiamo tutte le classi ricevendo benvenuti e calorosi sorrisi.

Poi quando crediamo che il nostro cuore stia per scoppiare per tutto ciò che abbiamo inaspettatamente ricevuto ecco che ci invitano a sederci in cortile. Danzano per noi. Le canzoni hanno diversi temi: benvenuto, di benedizione; una ci chiede di non dimenticarci di loro e di aiutarli perché vogliono studiare e diventare dottori, insegnanti, sarti. È davvero meraviglioso! Prima di pranzo abbiamo l’occasione di stare un po’ con loro… pur non comprendendoci, i soli che parlano inglese sono gli insegnanti e i più grandicelli, ci intendiamo benissimo, con un linguaggio che non ha bisogno di parole: il gioco.

Scopriamo poi parlando con gli insegnanti che a causa dell’estrema povertà della scuola non possono dar da mangiare ai bambini che perciò o portano qualcosa da casa oppure digiunano fino a sera; che le prime classi sono molto più numerose poiché appena diventano grandi abbastanza i bambini e le bambine provvedono come possono alle loro famiglie; che ci sono molti bambini i cui genitori non possono permettersi la retta della scuola e che per questo non studiano.

Il viaggio che ci porta via è molto silenzioso, il cuore è pieno e la mente ha tantissime cose su cui riflettere.

Rientrati alla comunità abbiamo un attimo di tempo per osservare meglio il posto che ci ospita: c’è una grande struttura che ospita un salone in cui si fanno riunioni e condivisioni tutti assieme; un pollaio ben fornito di ospiti; un porcile con due bei maiali; due strutture in mattoni che ospitano i ragazzi della Holy Trinity Community; una terza struttura è formata da sala da pranzo e cucina; poi il cottage dove stiamo noi. È grande ma se il progetto cresce lo diventerà ancora di più!

È giunto il momento di stare un po’ coi nostri amici e parlare un po’ per conoscerci meglio: e l’occasione è la raccolta del mais. Cogliamo i chicchi di mais dalle pannocchie messe ad essiccare al sole tempo addietro con Mathias, Pascasia e Jeoffrey. Ci raccontiamo di tutto: come sono i nostri paesi, trovando somiglianze e differenze, impariamo un po’ della loro lingua, raccontiamo loro chi siamo e cosa facciamo, il tutto in compagnia delle galline che vengono a beccare i chicchi caduti a noi. Senza che ce ne accorgiamo è ora di cena.

Ci servono matoke, salsa di arachidi con pesce e riso bollito. Non ci siamo ancora abituati completamente al cibo ugandese ma cominciamo a capire come rendere più gustosi i piatti: la salsa, che è molto gustosa, serve a rendere più buono il riso e il matoke. È bello vedere come per loro sia molto importante che noi mangiamo il loro cibo; sembra assurdo ma ci ringraziano per questo. A tavola parliamo molto di tutto anche con Rita e Angela che non erano presenti prima. Sembra incredibile che, nonostante le difficoltà linguistiche e un po’ di timidezza, si condivida tutto con loro; senza nemmeno sentire la stanchezza! Si è fatto tardi; puliamo, ci scambiamo la buonanotte e tutti a dormire.

«Rejoin mother earth»

Giovedì la sveglia è piuttosto brusca. Sono le 6 del mattino e ci dobbiamo preparare per andare alla promised land. promised landNon si fa nemmeno colazione e si va a recuperare altri che, come noi, lavoreranno la terra. Alle 9 circa giungiamo a destinazione e finalmente mangiamo qualcosa: delle ottime banane! Facciamo conoscenza con Dennis, il ragazzo che vive lì e fa da custode all’immensa proprietà. È proprio lui che ci dà da fare il primo lavoro: spostare il caffè raccolto in precedenza e ammucchiato nella struttura, che fa da casa a Dennis, fuori dove può essiccare al sole, che fin dalle prime ore del mattino è molto forte. Carichi di buona volontà e voglia di fare ci mettiamo subito al lavoro e nel giro di un’ora abbiamo sparso tutti i chicchi su un bel pezzo di terra battuta. Il secondo lavoro consiste nel “prendersi cura dei confini”; per delimitare i confini della terra hanno piantato delle piante di eucalipto che stanno crescendo in mezzo al folto della boscaglia e che periodicamente vanno curati: dissodare il terreno intorno ad essi, estirpare le erbacce e bagnare, oltre a tagliare la rigogliosa ricrescita del bosco. Ci armiamo di vanghe, macheti e molta buona volontà e ci spostiamo verso il confine dove lavoriamo per circa due ore. Sono sufficienti per lasciare le nostre mani, non abituate a quel tipo di lavoro, in uno stato pietoso. Ma non si molla, c’è del lavoro da fare! Ci spostiamo verso una zona dissodata e pronta per essere seminata; nel frattempo ci godiamo il panorama splendido apprendendo quali sono i confini della promised land (è immensa!) e facendoci raccontare come pensano di gestirla in futuro: presto arriverà dall’Italia una persona che farà funzionare una pompa per l’irrigazione che consentirà di non far morire le piante nella stagione secca, che viene 2 volte l’anno e dura tre mesi durante i quali non piove praticamente mai. Ci sono parti del terreno dedicate al mais, al caffè, alle banane e sparsi ci sono alberi da frutto come mango o papaya oltre a zone dove si sperimentano colture come insalata, carote e pomodori. E man mano che le cose da fare aumenteranno, dando anche molti più frutti che consentiranno delle entrate maggiori, si prenderanno altri braccianti a lavorare per arrivare a coltivare tutta la promised land. Un progetto fantastico! Arriviamo infine al posto dove semineremo le carote. Partiamo dissodando il terreno, con Dennis e John che ci mostrano come; non l’abbiamo mai fatto perciò non siamo molto bravi. I nostri “istruttori” però sono molto pazienti, ci aiutano più volte e al posto di spazientirsi ci ringraziano perché gli diamo una mano! Finito questo prepariamo la semenza e la spargiamo sul terreno bello morbido preparato da noi; bagniamo la terra con l’acqua di un torrentello quasi in secca che passa lì vicino e copriamo con dell’erba a stelo lunghissimo essiccata, con la quale ci tagliamo tutte le mani. Evviva le mani vissute! È proprio il caso di dire che siamo stanchi. Il sole dell’equatore (che lasciatevelo dire “morde” più di quello italiano), la stanchezza e la fame ci tormentano non poco. E infatti è il momento di rientrare alla “base” e pranzare. Nel tragitto però incontriamo altri braccianti con cui scambiamo quattro chiacchiere e facciamo qualche foto.

Per pranzo c’è pocho, una specie di polenta bianca fatta col mais, dodo, delle erbette amare, e fagioli; molto buoni! Finito di mangiare e chiacchierare con Dennis ci stendiamo all’ombra della casa a riposare un po’ nelle ore più calde in cui è meglio non lavorare.

Alle 15 circa riprendiamo il nostro lavoro: pensavamo il peggio fosse passato, ma non avevamo idea… nel pomeriggio dobbiamo scavare tre buche per piantare ognuno la sua pianta da frutto che ritroveremo quando torneremo; perché la realtà è che sappiamo già di voler tornare, e anche loro ce lo dimostrano con questi gesti. alberoLa bellezza del gesto non rende il lavoro meno faticoso purtroppo; il terreno seccato dal sole è durissimo e facciamo molta fatica alternandoci l’un l’altra, ma alla fine ce la facciamo (un po’ aiutati). Piantiamo 2 avocado e un mango che con un sistema di irrigazione molto particolare, una tanica bucata con un chiodo appoggiata accanto ad ogni piantina nel suo buco e riempita ogni volta che si svuota, non rimarranno mai senz’acqua. Che orgoglio! Non è ancora finita pero: vogliono farci vedere tutte le attività che svolgono lì alla promised land e farcele sperimentare, quindi andiamo nel bananeto e ci fanno vedere come cogliere il matoke. È una pianta molto particolare, che cresce in fretta e nella sua crescita da vita ad uno solo casco di banane, ma non come lo intendiamo noi: un casco di matoke conta almeno 50 banane! Perciò quando il frutto è pronto la pianta viene tagliata per coglierlo e lasciata a terra in modo che la linfa, di cui è molto ricca, faccia da nutrimento per le nuove giovani piantine che già crescono alla base del ceppo tagliato. Proviamo pure noi ed è molto strano anche se semplicissimo. Le banane che cogliamo le mettiamo da parte da portare poi alla community. L’ultima prova della giornata (ormai noi siamo stremati) è la raccolta del caffè: nessuno di noi ne aveva mai visto una piantina perciò è interessante scoprire che è una specie di cespuglio con le bacche verdi. Quando esse diventano rosse è il momento di coglierle e metterle da parte in attesa di essiccarle.

Proprio mentre stiamo finendo arriva Fred a prenderci di ritorno da una delle mille cose che è sempre indaffarato a fare.Fred Salutiamo Dennis che ci ha insegnato tantissimo e andiamo ad accompagnare John a casa. A cena c’è una sorpresa: forse vedendoci distrutti o forse era preventivato Fred ci porta a cena fuori in un posto dove possiamo rilassarci un attimo, rifocillarci e parlare. Se ci pensiamo bene non abbiamo ancora avuto occasione di parlare con lui di come sta andando e di conoscerci un po’; è un’ottima occasione! Finita la cena rientriamo alla HTC dove dopo aver salutato i nostri amici ci aspetta una doccia. È quando non hai le cose sempre a disposizione che ti accorgi di quanto sei fortunato. Dopo esserci lavati ci sentiamo “nuovi” ma comunque sempre distrutti; quattro chiacchiere e a letto, è stata una lunga e intensa giornata…

«A day in the Holy Trinity Community»

La promised land ci ha stancati moltissimo ma qualcosa in questo posto ci dà la carica; siamo meno stanchi del previsto. Oggi passeremo coi nostri amici della comunità la giornata e li aiuteremo nelle loro attività. Durante la colazione parliamo di un po’ di tutto, ormai c’è confidenza, e raccontiamo delle nostre avventure ridendone insieme. Loro come chi ha lavorato con noi il giorno prima ci ringraziano per ciò che abbiamo fatto, anche se a noi pare non sia necessario. Finito di mangiare abbiamo giusto il tempo di prepararci e uscire: ad attenderci ci sono Mathias, Pascasia e Jeoffrey pronti per andare al “garden”, il giardino di cui si prendono cura e che dà loro parte del cibo che consumano. Quindici minuti di cammino ci portano ad un terreno in mezzo alla campagna dove sono coltivati soprattutto banane (matoke) e caffè. Nella stagione secca, in cui siamo, bisogna prendersi cura delle giovani piante di caffè che nascono per non farle morire, così ripuliamo il terreno intorno dalle erbacce, ne posiamo di essiccate a stelo lungo e con un sistema simile a quello del giorno precedente facciamo in modo che abbiano da “bere”. Con delle taniche portate dalla community prepariamo un mix di acqua e fertilizzante da mettere in bottigliette di plastica a cui facciamo un buco sul tappo in maniera che perdano circa una goccia ogni secondo; poi tagliamo a metà un ceppo di pianta di matoke, già abbattuto perché ha dato i suoi frutti, e con le due parti sosteniamo la bottiglia in modo che sgoccioli sulla piantina. Dopodiché con delle piante di mais secche copriamo la piantina così che non le arrivino i raggi del sole direttamente. Questo sistema fa sì che la pianta sia irrigata e al riparo dal sole cocente. Purtroppo nessuno copre noi che, già scottati dal giorno precedente, soffriamo un po’ mentre lavoriamo (ci sono almeno 30 piante di caffè). Fatto ciò controlliamo se ci sono caschi di matoke da cogliere e poi rientriamo alla base perché è già l’una. Nel tragitto oltre a conoscerci sempre meglio cominciamo a chiedere il nome in ugandese di ciò che ci viene in mente: gallina, capra, maiale, cielo, cane; dalle cose semplici alle frasi come “ciao, come state” o “buona giornata”.

A pranzo chiediamo di poter lavare, siamo quasi a corto di vestiti. Ovviamente i ragazzi, che sono sempre fantastici con noi, ci accontentano subito, e appena finito di mangiare e sistemare sono pronti per lavare! Il sistema è molto ingegnoso ed ha un minimo spreco: si prendono quattro bacinelle piene d’acqua e in tre si mette del detersivo, di più nella prima e sempre meno nelle altre; si parte poi prendendo i vestiti e li si lava strofinandoli bene e strizzandoli nella bacinella con più sapone, li si passa nella seconda ripetendo il procedimento e anche nella terza; infine si sciacquano in quella con solo acqua. Dopo un po’ la bacinella senza sapone, per effetto della catena di lavaggio, avrà sapone al suo interno mentre la prima sarà molto sporca: si butta quindi quest’ultima e la si riempie d’acqua, utilizzando le altre come primi tre passi del lavaggio. E così finché ci sono indumenti da lavare. Finiti i nostri vestiti, dato che gli altri hanno aiutato noi, cominciamo a lavare quelli di tutti i ragazzi finendo nel tardo pomeriggio. Che fatica lavare!

Corriamo subito a prepararci perché Fred sta per arrivare per portarci in un locale dove c’è una cena “occidentale” con ogni ben di Dio! È un’ottima occasione per tirare le fila della nostra prima parte di viaggio e di sentire pareri e impressioni; ovviamente sfoggiamo il nostro, limitatissimo ma sudato, ugandese e Fred rimane colpito. Parliamo anche di noi, dei nostri obiettivi di vita e di come li vorremmo raggiungere; è facile parlare con lui. La serata scorre piacevolmente; come se il tempo raddoppiasse di velocità arriva l’ora di andare. Al nostro rientro ci concediamo un po’ di tempo per giocare a carte con Mathias a cui abbiamo insegnato “briscola” e vuole sperimentarsi. Ridiamo come matti, come chi si conosce da tanto tempo e ha condiviso moltissime cose. Quando anche l’ultima risata è spenta dal sonno andiamo a dormire pensando che gli spiriti affini si legano nonostante le differenze culturali linguistiche o di età. Buonanotte!

«One community in one soul»

Ogni terzo sabato del mese tutta la comunità, membri interni esterni e tutti coloro che hanno a che fare con la Holy Trinity, si riunisce per attività di gruppo e condivisione. Siamo davvero fortunati, anche se molti nostri amici dicono che siamo noi la benedizione per loro, possiamo partecipare ad un evento non comune. C’è un momento di preghiera comune tenuto da John Bosco, che era stato con noi alla promised land, in cui si canta e si danza molto per il Signore. Poi c’è la divisione in gruppi più piccoli in cui si parlerà di come ci si sente, cosa ci si aspetta dalla comunità e come migliorarla. Ci uniamo al gruppo giovani. Normalmente si pensa che in un gruppo di venti persone, di cui ne si conosce la metà, e con cui si deve parlare ci si senta a disagio, ma con questi ragazzi non succede. Forse è l’estrema attenzione all’accoglienza che hanno oppure la gentilezza che dimostrano sempre, ma non ci sentiamo per nulla in imbarazzo: qualcuno traduce per noi quando parla qualcuno che non conosce l’inglese e fanno lo stesso quando è il nostro turno; si aprono con noi come fanno coi loro fratelli e parlano a cuore aperto sicuri di trovare comprensione. Questa fiducia che ci dimostrano ci fa sentire loro fratelli.

Viene il momento del pranzo, che sfruttiamo per parlare con molte persone mai conosciute prima (tutti ci danno il benvenuto, ci benedicono e ringraziano per essere lì) e sfoggiare il nostro ugandese traballante: questo li rende estremamente felici anche se probabilmente sbagliamo quasi tutto! Ci confrontiamo anche con alcuni ragazzi del nostro gruppo che per lavoro non vedremo più ma che sono estremamente interessati a noi, al nostro Paese ed alle nostre usanze. Riprendiamo il lavoro nei gruppi ristretti e c’è un momento molto particolare: ognuno nella condivisione ha espresso una difficoltà, nel lavoro, nella vita, in un progetto o anche solo in un momento, e perciò il gruppo a turno prega e intercede presso Dio per lui chiedendo una benedizione per lui e per la sua via. Viene fatto anche per noi ospiti muzungu. È un momento molto toccante. Concluso il lavoro nei gruppi ci si riunisce nuovamente nel salone grande della comunità per pregare ancora insieme e per ascoltare John che dà alcuni avvisi. Finito il momento comune ci si saluta e noi, dopo aver dato i nostri indirizzi mail a chi vuole tenersi in contatto, approfittiamo per giocare un po’ coi numerosi bambini presenti; sono veramente pieni di vita e curiosi!

Alla sera c’è un momento davvero speciale: abbiamo portato dall’Italia pasta e sugo e abbiamo promesso di cucinare per i ragazzi! Sono tutti molto eccitati all’idea di assaggiare la famosa pasta, infatti abbiamo anche ospiti esterni che si fermano apposta! Mentre prepariamo guardano tutti e fanno molte domande; noi siamo pronti in un quarto d’ora, ma scopriamo che per loro il concetto di “cibo che scuoce” non esiste, anzi ci chiedono se non dobbiamo cuocere ancora. Mentre si prepara in fretta e furia la tavola e il resto cerchiamo di mantenere il nostro piatto e quando finalmente ci mettiamo a tavola la pasta è scotta. Per fortuna a loro piace comunque molto e la mangiano molto volentieri, con nostra grande soddisfazione! Mangiamo anche un po’ di matoke con la salsa di arachidi che ormai piace molto a tutti e poi per festeggiare la giornata e la cena danziamo! Loro ci insegnano dei loro canti e balli e noi facciamo lo stesso. È così bello che il tempo passa senza che ce ne accorgiamo, e quando guardiamo l’ora è già passata l’ora in cui si deve andare a dormire. Preghiamo ringraziando per questa meravigliosa giornata, salutiamo chi va via e corriamo a letto. Sogni d’oro fratelli!

«Sharing is blessing»

Oggi partecipiamo ad una riunione, che si tiene una volta al mese, di alcune famiglie della HTC nella quale si parla e si condividono gioie, per cui rendere grazie, e dolori, per cui pregare. Prima di pranzo ci viene a prendere Patrick che, prima di portarci alla casa dove si terrà la condivisione, ci porta a visitare una famiglia. Veniamo accolti come ospiti graditi e ci vengono offerti the e banane. Mentre mangiamo parliamo col capofamiglia e sua moglie di molte cose: ci raccontano la loro storia, che lavoro fanno e come crescono i loro tre figli a cui si è aggiunto un bambino orfano di padre la cui madre non riesce a prendersi cura di lui. Ci chiedono qualcosa di noi e dell’Italia mentre ormai i loro figli, abituati a noi, giocano e si fanno fare foto. Nel frattempo ritorna Patrick, che è andato a prendere altre persone col furgone, e tutti insieme andiamo alla riunione.

Ci sono circa 5 famiglie, tutti si conoscono bene perché fanno parte del gruppo da molto tempo, e ci accolgono come se fossimo “dei loro”. Partiamo con un giro di conoscenza e poi ognuno condivide una parte di se: bella o brutta che sia non è facile condividere con altri cose che teniamo dentro, ma il gruppo fa sentire a proprio agio e ne nasce un momento molto toccante per tutti. Pranziamo tutti assieme condividendo matoke con la salsa di arachidi, pocho, fagioli, erbette e banane. Dopo pranzo c’è un momento di preghiera e benedizione in cui tutti pregano per chi si è dimostrato più bisognoso e per cui solo Dio può fare qualcosa. È giunto il momento di salutarci, non senza però fare una bella foto del gruppo!

La giornata prosegue con la messa, ci andiamo con Patrick, Stella, sua moglie, e i loro due bambini. Non è facile seguire la messa in inglese ma in qualche maniera il significato lo comprendiamo; la cosa bella però è che pur essendoci un coro quando si canta tutta la chiesa, che è piena, partecipa e diventa un unico grande coro. Veramente coinvolgente!

A messa incontriamo Mathias che viene con noi nella nostra prossima tappa: casa di John Bosco al quale abbiamo promesso di cucinare la “vera italian pasta”. La parte più bella è in effetti la preparazione. Tutti hanno qualcosa da fare: chi cucina chapat (una specie di piadina aromatizzata con cipolle aglio e altre verdure a piacere, chi la pasta, qualcuno prepara il sugo, i bambini giocano con Simona e in casa si prepara la tavola. Quando finalmente tutto siamo pronti ormai è buio. Mangiamo quasi a lume di candela ma è veramente bello vedere che la pasta è molto apprezzata (e molto scotta!) da loro mentre noi impazziamo per i chapat: che buoni! Parliamo senza accorgerci che si fa tardi; ormai i bambini dormono sulle ginocchia dei genitori, è il momento di salutarci ma non senza aver scambiato con John e sua moglie Josephine i nostri numeri di telefono e le e-mail; teniamoci in contatto!

Rientrati alla comunità è tardi e siamo stanchi, non tanto fisicamente, siamo stati seduti tutto il giorno, quanto mentalmente: ci sono stati momenti molto intensi e comunque ascoltare e parlare in inglese non è proprio naturale per noi. Buonanotte a tutti!

«Also our community»

Ci svegliamo al solito orario, tra le sette e le sette e trenta, e ci prepariamo per andare a fare colazione, ma usciti dal cottage notiamo qualcosa di strano: la porta della cucina, solitamente aperta agli orari del pasto, è chiusa. Ci sorge il dubbio di essere in ritardo, non di certo in anticipo, oppure che ci sia digiuno per qualche occasione speciale, ma non c’è nessuno a cui chiedere, perciò aspettiamo in camera. Verso le nove intravediamo Rita e ci fiondiamo a chiederle: sorpresa, ci stanno preparando i chapat! Qualcuno deve aver detto che la sera prima ci sono piaciuti un sacco… Beh ora che sappiamo diamo una mano a preparare e scopriamo che non è lo stesso piatto ma una variante con il ripieno di uovo e pomodoro; ancora più buono! Fatta colazione, anche se sembra di pranzare visto l’orario e da tanto è abbondante, siamo pronti per dedicarci a qualche lavoro di pulizia tutti insieme. Cominciamo col pulire il salone in cui abbiamo fatto il ritrovo domenica. È talmente grande che va diviso a metà per pulirlo. Siccome solitamente lo fanno in due e oggi siamo sei ci mettiamo un terzo del tempo, lasciando stupita Pascasia, la responsabile dei membri interni. Sfruttiamo allora il tempo prima di pranzo per lavare i piatti (io e Ste) e fare il bucato (Simo). Ora di pranzo, oggi più tardi del solito perché con la colazione che abbiamo fatto ci viene fame dopo.

Dopo pranzo un attimo di relax in cui facciamo un po’ di foto, giochiamo a carte in attesa che venga Mathias a portarci in un posto dove potremo vedere delle bestie selvatiche: le scimmie! Non c’è la certezza di vederle, non sono li perché lo vogliamo noi, ma passeggiare fa sempre bene. Arriviamo a casa di una signora molto ospitale e simpatica che ci fa fare un giro nel suo bosco dove solitamente ci sono questi piccole amiche. Fortunatamente ci sono! Ovviamente le vediamo solo da lontano perché anche se sono curiose e ci osservano appena ci avviciniamo si spingono in alto sugli alberi sparendo. Soddisfatti ci intratteniamo con la signora che ci regala un bastone che si mangia come dono per aver benedetto la sua casa con la nostra presenza. È il momento di partecipare ad una riunione parrocchiale giovanile in cui si elegge il rappresentante del gruppo perché il precedente non sta bene. Non riusciamo a seguire molto perché parlano in ugandese e allora ci concentriamo sui bambini che attirati dai muzungu vengono a curiosare. Conclusa la votazione torniamo alla comunità dove ci rilassiamo giocando a carte e leggendo finché all’ora di cena ci raggiunge padre Vincent che si ferma con noi. Finito di mangiare aspettiamo per un po’ Vincent che però essendo poco alla comunità è sempre molto richiesto; dopo una cert’ora crolliamo. Buonanotte!

«Discovering another side of Uganda»

Oggi è il giorno in cui andremo alla parrocchia di Chiziba, ospiti di padre Vincent. Siamo tutti eccitati come dei bambini che partono per un nuovo viaggio e poi è bello stare con quel giovane e travolgente parroco.

Svegli alle sei e mezza per esser pronti a partire presto, facciamo colazione solo noi e lui nel cottage e si parte! Non andiamo subito alla parrocchia, il Don deve celebrare una messa in un asilo a Masaka e poi passare alla diocesi per un colloquio. La celebrazione è molto bella: anche se i bambini sono un po’ distratti dalla nostra presenza Padre Vincent riesce a coinvolgerli in una messa a loro misura. I bambini partecipano e cantano anche se non mancano scene di piccoli litigi o qualche risatina che distrae; ma è bello proprio per questo! Finita la piccola cerimonia i bambini vengono a cercarci per giocare e sono molto curiosi e piani di vita; le maestre faticano molto a farli tornare in classe e finché non andiamo via sono molto distratti. Questa scuola essendo in centro a Masaka è molto più bella: ci sono edifici in muratura, aule più grosse e spazi meglio gestiti; i bambini hanno tutti l’uniforme e in pochi sono senza scarpe. Tutta un’altra cosa rispetto alla scuola rurale. Mentre aspettiamo che Vincent sbrighi le sue faccende mangiamo qualcosa in un locale e ci rilassiamo un po’. Poi appena dopo pranzo si parte. Prima di intraprendere il viaggio ci fermiamo a fare delle compere e a recuperare materiali vari che servono in parrocchia; siamo carichi come muli, ma per fortuna la fatica la fa il pick-up! Il tragitto è veramente duro: metà della strada è asfaltata, alla loro maniera ma è asfaltata, mentre l’altra metà è sterrata e piena di buche che ci costringono ad andare a 20Km/h, e nonostante ciò saltiamo come canguri! Il Don ci avvisa che ci sono due sorprese ad attenderci tra le colline di Chiziba. Arriviamo dopo due ore e mezza circa di viaggio che ci stancano più che se avessimo percorso la strada a piedi. Siamo in collina e il paesaggio è incantevole anche se molto desertico rispetto alle nostre zone; c’è un sacco di polvere. Non siamo però alla parrocchia. Ecco svelata la prima sorpresa: parteciperemo al funerale di una persona che padre Vincent conosceva e perciò gli han chiesto di celebrare. Lui dice che questo non era previsto ma che se Dio ha voluto così c’è un perché. La cerimonia si svolge all’aperto, e tutti sono seduti per terra senza distinzione di sesso o età; molti indossano vestiti tradizionali molto belli ed eleganti. Ci saranno almeno cento persone. Per la famiglia della defunta e per molte altre persone è una benedizione che ci siano tre muzungu al funerale e perciò ci salutano tutti ringraziandoci di essere presenti. Ci fanno accomodare su delle sedie e noi ci sentiamo un po’ a disagio: un po’ perché non siamo assolutamente vestiti adeguatamente e poi perché ci sentiamo in colpa per essere seduti vicino a così tante persone anziane a terra. Ma l’ospitalità per queste persone è sacra e perciò la accettiamo per rispetto delle loro tradizioni. Il fatto più strano è che, da come ci fissano tutti, capiamo che non hanno mai visto dei bianchi; questo sentirci continuamente osservati ci fa sentire un po’ a disagio, ma forse noi al loro posto faremmo lo stesso. Finita la cerimonia ci intratteniamo con alcuni amici del Don per pochi minuti e poi scappiamo via perché siamo terribilmente in ritardo. Anche questa volta non ci dirigiamo alla nostra meta finale ma deviamo per andare in un piccolo villaggio dove alcuni amici del parroco ci hanno invitato a cena. Seconda sorpresa! Qui incontriamo il seminarista che aiuta padre Vincent alla parrocchia e altre persone che ci attendono per bere con noi una sorta di aperitivo e poi mangiare tutti assieme. A tavola parliamo della nostra storia ed esperienza finora mentre loro ci raccontano molte cose di loro e della loro vita, che è diversa da quella cittadina. Conclusa la serata, assieme al seminarista, finalmente andiamo alla parrocchia, dove ci aspettano un the caldo e delle bacinelle di acqua tiepida per lavarci e sistemarci un pò; sono un toccasana. Parliamo ancora un pò col Don mentre sorseggiamo il the e poi cediamo alla stanchezza e andiamo a dormire. È strano essere lontani da quella che ormai in Uganda è la nostra casa…

«Another side of Uganda»

La stanchezza si fa sentire questa mattina. Ma la voglia di scoprire prevale sempre. Padre Vincent che noi chiamiamo ormai “father” ci fa trovare the, biscotti, miele, pane, frutta e addirittura latte: che colazione da re! Finito di mangiare ci prendiamo un attimo per ammirare lo stupendo paesaggio che si gode dalla parrocchia: siamo su una delle colline più alte e possiamo ammirare le stupende curve marrone chiaro che ci circondano come tante onde di un mare di polvere. La vegetazione è molto rara e ci sono poche case intorno. È un luogo che mette pace.

Poco dopo siamo pronti a partire per andare in visita alla scuola Saint Jude, che fa parte della parrocchia di father e che lui sostiene in molti modi, uno dei quali è con l’adozione a distanza. Ci aspettano con impazienza e quando arriviamo è festa grande. Ci accolgono moltissimi sguardi di curiosità e felicità dei bambini uniti ad altrettante mani che salutano. È però il preside che ci viene incontro e ci saluta dandoci il benvenuto. Prima di cominciare la visita conosciamo il corpo insegnanti al completo insieme con alcuni rappresentanti dei genitori, poi iniziamo a visitare le classi. I bambini ci salutano ogni volta che entriamo e l’insegnante della classe ci racconta qualcosa di loro; nelle classi dei più grandi ci chiedono anche qualcosa di noi e addirittura in una improvvisiamo una piccola lezione sulla pasta e sulle stagioni. Mentre passiamo da un luogo all’altro della scuola, sono degne di nota oltre a tutto il resto “l’asilo” o meglio una classe preparatoria alla scuola e la cucina per far da mangiare ai bambini, il preside ci racconta molti dei progetti per ampliare e migliorare la struttura e di come tutti si diano da fare per aiutare. Facciamo molte foto, cosa non inusuale, e poi ci viene chiesto di accomodarci in una sorta di “teatro” allestito all’aperto perché i bambini hanno preparato qualcosa per noi. Vederli danzare e cantare tutti insieme è una vera gioia per gli occhi, le orecchie ma soprattutto per il cuore. Staremmo lì per sempre, ma purtroppo l’agenda è molto fitta e dobbiamo salutarli ma non senza aver fatto una bellissima foto tutti assieme!

Lasciamo a malincuore la scuola per tornare alla parrocchia dove ci attende il pranzo, che consumiamo velocemente per ripartire all’esplorazione di altri luoghi nascosti dalle numerose colline. Questa volta andiamo in un piccolo villaggio dove ci sarà un battesimo. Non è come in Italia che per ogni bambino c’è una cerimonia ma qui ci si battezza in gruppo: ci saranno almeno venti persone tra adulti e bambini. La piccola chiesa molto semplice è piena di gente, venuta per la cerimonia e accorsa per vedere i muzungu. Come sempre canti e balli rendono tutto più gioioso e coinvolgente. Concluso questo speciale momento molte persone vengono a conoscerci, compresi i bambini affascinatissimi dalle macchine fotografiche. Prima di lasciarci andare via la gente del villaggio ci offre da mangiare qualcosa preparato apposta per gli ospiti: a furia di accettare l’ospitalità stiamo ingrassando! Si è fatto tardi e la strada per il ritorno è lunga; salutiamo e ci rimettiamo in viaggio quando il sole sta calando dietro le onde di polvere.

Sappiamo che al rientro ci aspetta l’ultima sorpresa che father ci ha preparato, ma non abbiamo idea di che cosa si tratti. Al nostro arrivo lo scopriamo: c’è una festa! C’è una grigliata di carne, banane, insalata, verdure, bevande al malto molto strane, vino e il piatto principe, la pasta cucinata da noi. Ci mettiamo subito all’opera come possiamo (in cucina c’è troppo fumo per i nostri occhi poco abituati e sembra che lo scolapasta sia uno strumento sconosciuto) e nel giro di poco siamo pronti. La festa può cominciare! Mangiamo e chiacchieriamo con le persone che sono in parrocchia e aiutano il Don mentre ci gustiamo le gustose pietanze. Quando ormai sazi ci stiamo quasi calmando ecco che Vincent sfodera l’arma segreta: una radio. E allora che comincino le danze! Balliamo per ore la musica che la radio trasmette, che è molto ritmata e orecchiabile; qualche ballo insieme e qualcun altro in singolo (padre Vincent è formidabile!) finché ad un certo punto cadiamo a terra sfiniti. È il momento di usare le ultime energie per ritirare e pulire per poi riposare. Buonanotte e che le stelle vi portino sempre allegria.

«Another piece of Africa»

Per prima cosa oggi partecipiamo ad una messa che father celebra per alcuni bambini delle scuole che ci sono vicino alla parrocchia; pur essendo una cerimonia per circa dieci persone è molto bella perché è sentita e partecipata (i bambini hanno sempre qualcosa in più). Dopodiché facciamo colazione, c’è sempre un gran ben di Dio, e prepariamo le valige perché stiamo per lasciare Chiziba. Nonostante abbiamo condiviso solo due giorni è triste dirsi addio; ma in ogni caso il sorriso non lascia mai i nostri visi. Partiamo ma non in direzione di Masaka; stiamo andando verso il confine con la Tanzania a visitare un altro Stato! Il viaggio, come tutti quelli in collina, è faticoso fisicamente per via della strada e quando dopo un paio d’ore arriviamo siamo già stanchi. Visitiamo padre Steven che gestisce la parrocchia di confine e lui dopo averci accolti, e fatto fare un giro nella struttura, ci accompagna in Tanzania. Attraversiamo il confine a piedi perché per farlo in macchina ci vorrebbe il visto e dei permessi. Quindi passeggiamo per la “no mens land” che divide i due Stati e siamo fuori dall’Uganda. Ho sempre pensato che un confine tra Stati fosse poco definito, che non fosse netta la differenza tra le nazioni come magari può esserlo in posti più centrali; invece c’è un netto stacco che si nota molto. Non saprei descriverlo bene, è stata più che altro una sensazione, ma mi è proprio balzato agli occhi che non era più Uganda. Mentre camminiamo vediamo i resti di alcuni carri risalenti alla guerra civile, alcune scuole, un campo da calcio con molti ragazzi che giocano e un gran numero di persone e negozi; ovviamente noi spicchiamo sempre e tutti ci osservano, a volte dicendoci qualcosa che non capiamo. Padre Steven ci racconta che in Tanzania non si parla inglese ma solo la loro lingua che è molto diversa dall’ugandese, perciò non c’è possibilità di comunicare. Visitiamo la casa del prete che gestisce la parrocchia di confine tanzanese per scoprire che ha studiato molti anni a Roma e parla italiano: è incredibile sentir parlare la nostra lingua proprio qui! Ci intratteniamo un po’ con lui ma poi il tempo stringe e dobbiamo andare. Rientriamo in Uganda e ripartiamo, questa volta alla volta di Masaka.

Arriviamo verso le tre e c’è una quiete quasi innaturale. Nessuno in giro per la comunità. Pensiamo che siano a riposare o magari a qualche riunione e andiamo al cottage. Stefano non sta molto bene e va a riposare, mentre io e Simona ci prepariamo a rilassarci un po’ quando ecco che spunta qualcuno: ci hanno fatto una sorpresa cucinando per noi la pasta! Sono veramente dei ragazzi meravigliosi! Non avendo pranzato abbiamo una fame estrema e la pasta non è affatto male. Mangiamo solo io e Simo perché Ste è meglio che riposi, inoltre non so se riusciremmo a svegliarlo. Nel tardo pomeriggio passa a salutarci padre Vincent; questa volta è l’ultima che lo vediamo prima di partire. È veramente triste questo saluto, più le persone ti toccano il cuore e più non vorresti mai che andassero via; ma tanto verrà presto in Italia quindi ci rivedremo di sicuro. Il resto della serata è velato di tristezza, cominciamo a renderci conto che dovremo andare via. Ceniamo tutti insieme e dopo giochiamo a carte con Mathias e Jeoffrey. Un altro meraviglioso e intenso giorno volge al termine; buonanotte.

«Crafting»

L’ultimo giorno comincia con una graditissima sorpresa: prepariamo tutti insieme i chapat per imparare bene come farli e poi cucinarli anche a casa. Ci mettiamo all’opera come formiche e ridendo, scherzando e cantando prepariamo i migliori chapat del mondo. Ovviamente tutto documentato da foto e filmati per non dimenticarci e ridere di come siamo impacciati! Quando siamo pronti facciamo tutti assieme colazione e credo proprio che sia la più buona fatta finora: ciò che fai con le tue mani ha sempre un sapore speciale. Il pasto abbondante serve perché ci dobbiamo mettere all’opera tutti assieme per preparare collane, braccialetti e presepi da portare in Italia. È un lavoro di composizione molto lungo in cui tutti i ragazzi, molto pazientemente, ci seguono passo passo e dopo molte ore, lavoriamo sia al mattino che al pomeriggio, abbiamo fatto delle belle collane e braccialetti. I presepi, fatti con le foglie di banano sono molto difficili e li fanno loro. Ogni lavoro è unico e bello, quindi decidiamo di acquistarli direttamente per i nostri familiari e amici sicuri che apprezzeranno, se non la bellezza, che è soggettiva, almeno lo sforzo. Quando concludiamo siamo sfiniti come se avessimo portato sacchi di cemento sulle spalle tutto il giorno!

Ci prendiamo un po’ di tempo in solitudine per preparare dei regali da fare ai ragazzi e fare le valige: un momento che sa di dolce e amaro, ma che è inevitabile. C’è però poco tempo e quindi ci concentriamo sulle molte cose da fare. La sera a cena si festeggia la fratellanza e l’amicizia nate in pochi giorni ma che dureranno per sempre. Con tutti i ragazzi scambiamo indirizzi mail, telefoni o altri mezzi per tenerci in contatto e facciamo ovviamente molte foto. Ci intratteniamo fino a tardi a parlare di quando rivederci e come ci piacerebbe tanto poter portare tutti loro in visita in Italia a casa nostra, oppure di quando torneremo (oh, perché noi torneremo!) a trovarli e di come sarà fantastico. La nostalgia ci assale ma non è il momento di considerarla, ai nostri fratelli riserviamo sorrisi, abbracci e tanto amore! Ed è ancora poco rispetto a quello che meritano…

Troviamo anche il tempo per dare un piccolo pensiero ad ognuno e siamo pieni di gioia nel vedere i loro volti illuminarsi per la felicità; non c’è ringraziamento migliore che possano farci anche se ovviamente non la smettono più di benedirci. Ora però è proprio il momento di andare a dormire: buonanotte fratelli, vi vogliamo bene!

È impossibile spiegare a parole cosa abbiamo vissuto e provato, per comprendere davvero bisogna andare laggiù e vivere con loro. Potremmo dire serenamente che per certi aspetti il nostro è stato un viaggio di sola andata. Una parte di noi non è mai tornata e mai lo farà…